I Social Network in comunicazione interna: l’ottimo esempio dell’aeroporto di Gatwick

Posted by on 20/05/2013 in Case studies, Social Media | 0 comments

 photo by Martin Roell, commons.wikimedia.org, CCA-SA 2.0<br /><br />

photo by Martin Roell, commons.wikimedia.org, CCA-SA 2.0

Lanciato nel 2008, acquistato per 1,2 miliardi da Microsoft nel 2012, Yammer, con i suoi 7 milioni di utenti registrati, rappresenta sicuramente uno dei social network aziendali di maggior successo.

La facilità di utilizzo e l’interfaccia “disimpegnata” e “leggera”, nonostante l’impiego mirato al mondo del business, certamente hanno contribuito a una veloce diffusione.

Ma, come accennavamo nel precedente post, il mondo dei social aziendali ha una forza e un potenziale non indifferenti che risiedono sostanzialmente nel riuscire a coinvolgere in prima persona i dipendenti, farli sentire parte attiva di un progetto e dell’azienda per la quale lavorano. Ma non solo.

Per spiegare meglio le caratteristiche e l’originalità di questi mezzi, analizziamo nel dettaglio uno degli esempi più lampanti di un perfetto utilizzo: il caso dell’aeroporto londinese di Gatwick.

Nel 2012 Londra, come un po’ tutta l’Inghilterra, si apprestava a vivere una delle estati più calde e impegnative: organizzare e gestire i Giochi Olimpici! Gatwick era chiaramente una delle zone nevralgiche da cui sarebbero transitate migliaia di persone, tra atleti, familiari e turisti, provenienti da oltre 68 differenti paesi.

Prevedendo l’impegno, il carico di lavoro e lo stress a cui sarebbero stati sottoposti i dipendenti, il team di comunicazione interna decise di adottare Yammer per dialogare con il proprio staff, percorrendo quindi una strada originale, innovativa e più informale dei soliti canali.

Ma come è nata l’idea? Come si è sviluppata? Che risultati che ne sono derivati?

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Social network in comunicazione interna, una potenzialità ancora da scoprire

Posted by on 13/05/2013 in Network, Social Media | 0 comments

Social network azienda
Quando si parla di social si parla quasi sempre di piattaforme quali Facebook e Twitter, di Google+,  Youtube e Pinterest solo per citarne alcune e, in ottica di business, viene trattato in  particolare il comportamento di un’azienda verso l’esterno.  Ecco qualche autorevole citazione:

Il futuro delle aziende è social. I consumatori hanno un nuovo rapporto con i marchi. Vogliono un dialogo con le aziende  per confrontarsi sui prodotti.”  (2011)  Carolyn Everson, vicepresidente di Facebook.

Innovation needs to be part of your culture. Consumers are transforming faster than we are, and if we don’t catch up, we’re in trouble.”  (2012)  CEO e fondatore di Deep Focus, è una delle voci più influenti della pubblicità nel marketing interattivo e social media.

Tutto estremamente corretto ed unanimemente accettato: è necessaria un’apertura verso l’esterno  per raccontare quello che  facciamo, quali sono i nostri valori, la nostra “mission”,  i nostri interessi e competenze ed interagire con  chi è un nostro “cliente” o potrebbe diventarlo.

I Social Media ora guardano “dentro” le aziende

Se la sfida dei Social Media orientati all’esterno è stata lanciata e raccolta da molte aziende, ancora da scoprire appieno sono le opportunità rappresentate dai Social quando sono rivolti verso l’interno.

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Social Media: siamo sicuri che li vediamo come sono?

Posted by on 07/05/2013 in Internet PR, Senza categoria, Social Media | 0 comments

http://www.flickr.com/photos/mickamato/6742821277/

I Social Media fanno notizia, senza dubbio. Ma non sempre è facile formarsi delle opinioni e visioni corrette del fenomeno (e di come usarlo).

Il problema forse più grosso è che non sempre è facile, pur mettendosi in prima persona, cogliere il polso, la realtà dei Social – se non si adottano tecniche e strumenti professionali. Non basta più esserci e partecipare: è una condizione necessaria ma non sufficiente per capire e operare.

Il rischio è l’uso “soggettivo” dei Social. Che da’ una visione soggettiva della realtà. Questo, in fondo è naturale. Ci viene da giudicare sulla base di quello che vediamo, di quello che sperimentiamo di persona.
Ci viene da dire che i Social sono (per tutti) quelli che vediamo nella nostra personale e diretta esperienza quotidiana.

Vediamo i Social come ci fa piacere vederli?
Un’esperienza che si basa sull’interazione con delle persone (i nostri “amici”) che abbiamo generalmente selezionato non in base ad una rappresentatività statistica dell’universo dei Social, ma sulla base di un’affinità con noi.
I nostri “amici” spesso sono persone che la pensano come noi, che dicono cose che a noi non dispiacciono – chi va controcorrente rischia di essere eliminato dalla lista.

Di qui il rischio, a lungo andare, di farci un’opinione distorta della realtà, basandoci su quegli input che tutti i giorni ci arrivano dai nostri network… da noi selezionati. Non stiamo ascoltando la società, forse stiamo ascoltando solo gente che ci somiglia, ci stiamo costruendo un’immagine della realtà a nostra immagine e somiglianza.

Il target non siamo noi?
Nel marketing e nella comunicazione la tentazione è pensare di conoscere sempre e a fondo il target. Se non lo conosciamo, non possiamo fare altro che studiarlo; e rifuggire dalla tentazione di immaginare che tutti la pensino come noi, che il target, anche se diverso, si comporti come ci comporteremmo noi. Che esista un “Target Facebook” o un “Target Twitter” omogeneo e che ci somigli sempre.

Quindi, specialmente sui Social, di cui rischiamo di vedere una piccola parte (ad esempio, di quanti teenager siamo “amici”? Di quante casalinghe, di quanti tifosi hardcore e musicisti Punk, di quanti Onedirectioner?) dobbiamo tener conto che “la gente” è diversa da noi.

Un conto è la percezione, un’altra l’analisi professionale
E’ quindi fondamentale, prima di prendere decisioni, monitorare la rete con meccanismi e approcci professionali. Analizzare e studiare com’è la realtà dal punto di vista più oggettivo possibile e non quella che ci appare attraverso i filtri che ci siamo posti per rendere l’esperienza Social più piacevole per noi. Che spesso, non siamo il target.

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